Il libro di matteo poggi racconta l'ex cinema
(Il Giornale venerdi 28 dicembre 2001 di Marco Ferri)
Magari non meriterà mai l'attenzione di un grande regista e in suo nome non sarà mai assegnato un Oscar, ma di nostalgia ne provoca. E tanta. è il cinema Universale, quello fiorentino di via Pisana, i cui cinquanta anni di storia (soprattutto gli ultimi venti) sono stati concentrati dal giovane Matteo Poggi in un libro edito da Polistampa, Breve storia del Cinema Universale. Un appassionato affresco di storia cittadina nel quale, per le giovani generazioni degli anni Settanta e Ottanta, l'Universale rappresentava ben più di un semplice cinema. Vuoi per quella fama di "zona franca" - dove le regole venivano inesorabilmente infrante - che anno dopo anno si era guadagnato, e vuoi per quella stupefacente varietà umana che vi gravitava. Insomma: se a distanza di dodici anni dalla sua chiusura (come cinema) dell'Universale ancora si parla (e si scrive, perfino da un punto di vista vagamente sociologico) un motivo ci dovrà pur essere. Anzi di motivi ce ne sono tanti. E Matteo Poggi ha cercato di concentrarli in un libricino gustoso e curioso, aperto dalla bella prefazione del professor Marino Biondi che da sola varrebbe il libro e che contribuisce a calare il lettore nell'atmosfera, fumosa (non solo di tabacco) e irriverente, che si respirava all'Universale. Per ricostruirne l'“epopea”) - quasi si trattasse di una malfamata cattedrale nel deserto del perbenismo sonnacchioso di una Firenze che oscillava tra un impegno politico militante e un menefreghismo bottegaio – Poggi scomoda termini come “leggenda” o «palcoscenico del naturale popolaresco» e ne fa una analisi prendendo spunto da una miriade di piccoli fatti alcuni dei quali diventati realmente leggendari. Come l'infingarde evoluzioni di un vespino tra le poltroncine della platea salutato da grandissime ovazioni quasi si trattasse del giro d'onore di Valentino Rossi dopo l'ennesima vittoria in pista; oppure la liberazione di un nutrito numero di rospi all'interno del cinema, scena che sarebbe andata benissimo nella trama di Amici miei.
Per non parlare poi del tiro a segno con le lattine sul telone dello schermo (sport in voga per molti anni!!!) e del perseverante tentativo di molti di autoridursi il prezzo del biglietto - anche se pur molto basso – fino a quota zero, cosa che faceva imbestialire (ma non così tanto) la maschera Romanone, una caricatura più che un semplice uomo, deciso nel suo ruolo ma troppo paterno per essere credibile. Una discreta parte del libro Poggi la dedica tuttavia a sottolineare tre punti essenziali nella storia dell'Universale.
Primo: il cinema, nonostante la sua fama di lupanare e la programmazione non da prima visione, mantenne medie di spettatori altissime (circa trecento a sera) grazie anche a un'avveduta politica dei prezzi.
Secondo: la programmazione di film porno non fece mai il suo ingresso all'universale; anzi i filmetti tutti-tette-e-culi degli anni Settanta si intersecavano con opere di Fellini, Pasolini e Bergman. contribuendo ad acculturare una platea altrimenti ignorante. Terzo: per tutti gli anni Settanta l'aria da scontro politico post-sessantottesca si respirava anche all'Universale; poi pian piano questa si stiepidì lasciando spazio al fervore sportivo, altrettanto caciarone, che inneggiava alle imprese della Fiorentina. “Ma al di là di tutto - concludendo con le parole dello stesso Poggi - l'Universale era uno spasso e quella baldoria cialtronesca emanava allegria da ogni anfratto».
il giornale venerdi 28 dicembre 2001





