I fiorentini di ceppo o di adozione dalla mezza età in su, e anche parecchi dei loro figli, stanno guardando il film di Federico Micali “Cinema Universale d’essai”.E’ la storia variamente documentata (racconti, immagini d’epoca, montaggi eclettici, animazioni, tutto molto svelto e spiritoso) di un locale che fu per un paio di decenni movimentati –dai ’60 agli ’80- il luogo d’incontro prediletto di giovani e popolo in un cinema di San Frediano dove si andava per una quantità di buone ragioni, compresa, a volte, l’intenzione di vedere il film.
La leggenda rossa dell’Universale è vissuta di aneddoti singolari – piccioni volanti davanti allo schermo delle Ali della libertà, urla e oggetti lanciati contro la brutale gendarmeria di Fragole e sangue, una vespa –intesa come motociclo- entrata a fare dei giri della sala in piena programmazione, gare di fumo e di battutacce, retate di polizia, amori nati e finiti, woodstock interposte, politica militante, deriva tossica, calcio politico, calcio e basta, chiusura e fine di un’epoca.
Il film –chiamarlo documentario è riduttivo, a meno di capire che i documentari ben fatti sono film bellissimi- è molto divertente da vedere, dopo un po’ (dura 73 minuti) si diventa pensierosi, e alla fine si scopre di essersi guardati in un singolare e rivelatore specchio, attori e comparse di una storia famosa e malfamata e deformatissima. Trama di uomini, tanti, e donne, poche, ma memorabili.
Persone nemmeno tanto anziane si fregano gli occhi per la meraviglia di
riaccorgersi di com’erano appena l’altroieri e ieri. All’uscita dall’Universale gli occhi erano collettivamente rossi, per un’esuberanza di fumo. Ora sono rossi per ragioni più solitarie e nostalgiche. C’era Firenze, allora. Anche dopo che l’alluvione sembrò portarla via. C’era anche l’Italia, allora, nel bene e nel male, come si dice: tutto ciò che c’è c’è nel bene e nel male. Anche ciò che non c’è più, Firenze, o l’Italia, non c’è ma nel bene e nel male.
Ho visto che danno il film anche nel resto d’Italia, adesso: il resto d’Italia non faticherà a riconoscere una storia anche sua. Quel passato apparirà ribollente di mattane, megalomanie, chiasso e scempiaggini. Il presente apparirà come una piazza grande in cui sia passata una manifestazione o un concerto, e siano rimasti solo cicche, cartoccetti di noccioline e lupini, lattine e manifestini creativi spazzati dal vento e da qualche taciturno pulitore precario extracomunitario.
Adriano Sofri
Il Foglio 3.1.2009








